Lake Mungo… Lago Mungo, giusto? esatto, Mungo è il nome di un lago che esiste realmente e si trova in australia. Ma perchè questo titolo per un horror? beh… perchè logisticamente durante lo svolgimento della storia, i protagonisti della vicenda avranno a che fare con questo lago.
La sinossi brevemente… Una famiglia adorabile, padre, madre e due figli, un ragazzino e una ragazza. Una casa in riva ad un piccolo lago, il tutto ambientato in australia. Passano pochi muniti e la ragazza muore, probabilmente affogata nel laghetto. Ci vogliono giorni per ritrovare il cadavere. La famiglia è disperata. Non accetta la morte. E quindi niente di meglio che pensare ad un contatto con l’al di là, anche perchè la casa, improvvisamente sembra un luogo pieno di rumori e ombre strane. Un infestazione?
Però i protagonisti, si troveranno a dover fronteggiare truffe e dolori ben più maggiori di quelli provocaati dalla visione di uno spettro. La figlia probabilmente nascondeva un segreto, molto più grande di quanto ci si possa aspettare da una teenager. E chiaramente a sfondo sessuale.
Vi ho confuso quanto basta? il film quindi arriva allo scoglimento del rebus. La ragazza cerca la pace eterna, ma prima assolutamente deve aiutare a trovare la giustizia terrena, e far punire chi l’ha dannata…
Diretto nel 2008 da Joel Anderson, e interpretato principalmente da attori non molto conosciuti, tra cui la ragazza, Talia Zucker e la madre, Rosie Traynor, il film è prodotto in Australia. Joel Anderson esordisce nel lungometraggio con questa pellicola, dopo aver proposto nel 2002, un corto “The Rotting Woman” (di cui al momento non abbiamo indicazoni precise).
Lake Mungo è un interessante esempio di documentario-fiction, in cui il registro narrativo alterna momenti fiction puri con altri filtrati attraverso l’uso della finta intervista ai protagonisti. Complice in tutto questo meccanismo, che in altri film è davvero noioso, ma in questo sembra funzionare perfettamente, è la voce over, che racconta lo svolgimento delle vicende e non infastidisce per niente noi spettatori.
Non vi aspettate scene gore, sangue o spaventi improvvisi, il film vuole mantenere un climax alto ma sempre presentando i fatti come se fossero reali, logici e fondati su elementi scientifici comprovati.
Lo consiglio a chi ama le storie di fantasmi e sta cercando qualche spunto da cinematografie lontane da quella americana e da quelle europee.
Diretto da Yam Lamaras, filippino, The Echo è il remake del film, Sigaw, diretto dallo stesso Lamaras anni prima. Una storia di fantasmi e di una casa infestata, che viene ereditata dal protagonista, un uomo che ha un passato un pò complicato e che si trova con dei vicini problematici e una casa che nasconde alcuni segreti. Con il passare del tempo, il film si spinge nella direzione di una tensione in salita, con il protagonista consapevole che qualcosa non sta andando come dovrebbe, ma ancora lontano da aver trovato la chiave di lettura reale di tutto quanto. Il film ricorda molto da vicino i nuovi classici horror orientali (grudge, ring, e tutta la scuola di film horror dedicati ai fantasmi in cerca di vendetta…)
Da vedere, ma consigliato maggiormente a chi ama le storie di fantasmi.
Hillary Swank interpreta la protagonista di questa pellicola appena realizzata da Antti Jokinen. Giovane libera professionista, si trasferisce in un nuovo loft nella zona di Brooklyn a New York. Poche decine di minuti e sappiamo già che la protagonista deve fare i conti con la casa stessa….e con uno strano tipo che sembra abbia deciso di perseguitarla.
Di questa pellicola diretta dal 43enne Antii Jokinen, regista finlandese televisivo che sta facendo proprio con questa pellicola in passo decisivo al cinema, segnalo la produzione affidata alla mitica Hammer Productions, casa di produzione inglese degli anni sessanta e settanta, che regalò al mondo decine di pellicole horror che hanno fatto la storia del genere.
Tornata in attività proprio con questa pellicola, c’è da sperare solo che mantenga alto la qualità delle opere realizzate.
Hillary Swank potrebbe rappresentare una garanzia per quanto riguarda la creazione di un personaggio forte e credibile, così come farà piacere sapere che c’ pure un cameo di Christopher Lee.
Diretto da Christian Alvart, (Antibodies e Pandorum) e interpretato da Renée Zellweger, Case 39 è la vicenda di una giovane assistente sociale, ovviamente interpretata da Renée, che si occupa di minorenni maltrattati e abusati dalle famiglie. Un giorno conosce una bambina, Lilith, che sembra aver bisogno di aiuto più di altri, essendo “destinata all’inferno” così come sembra dalle parole dei genitori. La protagonista quindi, aiutata dalle forze d’ordine, strappa la bambina dalle grinfie dei genitori e temporaneamente la parcheggia a casa sua, affezionandosi a lei, in attesa di migliore sistemazione. Se non che… ben presto le persone che gravitano intorno a questa bambina cominciano a morire e Renée dovrà rendersi conto che forse i genitori non la maltrattavano ma piuttosto la temevano e cercavano di fermarla…
Il film ha avuto un problema di distribuzione per il quale è rimasto fermo per un periodo piuttosto lungo, mentre Pandorum, il film successivo del regista Alvart, veniva completato e messo in circolazione. Il film si iscrive nel circolo dei nuovi film dedicati a bambine demoniache, al quale appartiene anche Orphan. Qua però siamo di fronte, a una serie di scelte in sede di sceneggiatura e montaggio che tendono a far crescere spasmodicamente la tensione e a farla scaricare in spaventi, per la maggior parte delle volte, slegati dal contesto della storia. Esempio: la scena cala nel silenzio, la telecamera si muove sinousa nell’appartamento, si vedono delle ombre, e poi all’improvviso suona una sveglia, con l’audio nella sala che salta alle stelle, spaventando per forza. Operazione furba li per li, ma alla lunga, snervante perchè non è seguita da colpi di scena realmente collegati alla storia narrata.
Tutto sommato è un film guardabile, e non è nemmeno la prima volta che Reneè Zellweger si lascia andare ad un horror ma sicuramente in questo caso, non ne ha particolarmente beneficiato…
E’ arrivato il momento di parlare seriamente di paranormal activity perchè si tratta di una pellicola fresca fresca che sta iniziando a farsi conoscere un pò ovunque. Prima alcune notizie tecniche per i più puntigliosi:
diretta da Oren Peli, e interpretata da Katie Featherston, questa pellicola americana ha visto l’interessamento pure di Steven Spielberg, che la leggenda vorrebbe aver suggerito al regista, di cambiare il finale per renderlo maggiormente avvincente.
Il film è una sorta di docu-fiction che segue le vicende drammatiche di una coppia, che una volta trasferitasi in una grande casa in periferia, vengono aggrediti di notte, da delle “presenze”, probabilmente di origine demoniaca. La pellicola sfrutta l’idea (non nuova) di affidare le sezioni notturne della vicenda a delle videocamere di sorveglianza piazzate in camera da letto, chepossono quindi documentare gli accadimenti notturni, mentrei protagonisti dormono sonni, per niente tranquilli. Il film è una produzione low budget che VA ASSOLUTAMENTE VISTO, pena l’infestazione perenne dei vostri computer….
La “propaganda” pubblicitaria in questo caso, lo vorrebbe come uno dei film più spaventosi di tutti i tempi. Credo che la dimensione di questi spaventi sia sicuramente interessante ma non continua e non sempre originale per tutta la durata del film. Ci sono momenti molti intensi, tra cui la parte finale, ma ci sono anche momenti noiosi, o per meglio specificare, dal sapore di Dejavu che forse potrebbero annoiare i più fissati…
Un omaggio al cinema hindi del nuovo millennio. Krishna Cottage non è sicuramente l’esempio migliore di questa sconfinata e inesauribile miniera di idee e soluzioni visive che è il cinema hindi contemporaneo ma sicuramente farà piacere ai fans dell’orrore che cercano opere provenienti da paesi meno “canonicamente” avvezzi all’horror. La storia verte su una coppia di innamorati che viene messa a dura prova quando un entità in grado di cambiare aspetto e forma, si presenta sotto le spoglie di un nuova compagna di università e cercherà di separare la coppia, in quanto vede nel ragazzo, la reincarnazione di un precedente amante. A complicare la vicenda e a rendere la tensione maggiore, il plot ha previsto pure l’inserimento di una seconda unità narrativa che verte attorno ad un libro maledetto conservato nell’università frequentata dai protagonisti e che si intreccerà con la trama principale.
Diretto nel 2004 da Santram Varma, interpretato da Sohail Khan, Isha Koppikar e Anita Hassandani, KC è un film ascrivibile al genere horror al 100%, ed è molto divertente cercare di scoprire a quali film occidentali si ispira per molte delle scene orrorifiche, che seminano l’opera dall’inizio alla fine. Varma è un debuttante che strizza, davvero molto bene, l’occhio all’occidente e lo fa pescando nel mare magnum della cinematografia horror, e tirando su qualche titolo come “l’esorcista”, “la casa” e pure un certo modus operandi, tipico degli ultimi anni, con movimenti di camera veloci, angolature inusuali e un uso della fotografia talvolta spinto e innaturale.
Se si supera lo scoglio di una cultura differente e per certi versi, stridente con il nostro approccio al linguaggio filmico occidentale, se si decide di apprezzare le scelte cromatiche, le musiche, e le situazioni talvolta così lontane dalle nostre e se si va oltre la difficoltà di elaborare un meltin’pot tra cultura occidentale e cultura orientale che spesso Bollywood propone, allora questo film va assolutamente guardato.
Un tempo si diceva che l’India era il paese che produceva più film all’anno, con il tempo abbiamo avuto modo di conoscere Bollywood, con tutti i colori sfavillanti, le musiche divertenti e una marea di attori e attrici un pò kitsch che raccontavano di storie, magari anche un pò improbabili, se guardate dagli occhi di un europeo. Beh….Arundhati è questo cinema ma è anche di più. Diretto da Kodi Ramakrishna e interpretato da Satyanarayana Kaikala, il film vede coniugare la quintassenza del cinema indiano, con i più moderni effetti speciali in computer graphics. Il risultato è così particolare, da diventare davvero interessante. Guardare degli attori indiani, con i costumi e le loro tradizioni, che sposano modi e usi dell’occidente e si trovano addirittura ad affrontare spiriti degni dei films americani, fa un certo effetto.
NON PERDETEVELO!!!
ah beh..dimenticavo la trama…. mah…. la protagonista, nipote di una donna figlia di un ricco Raja, che rivive accadimenti legati a un uomo violento, che uccideva donne che rapiva, si trova coinvolta in una storia di fantasmi e vendette, e dovrà fare del suo meglio per venirne fuori….viva!
Isidro Ortiz, conosciuto per aver diretto nel 2001, Faust 5.0, realizza nel 2008 questo bel film. La storia che sembra cominciare come un film di vampiri, racconta la storia di un ragazzino che ha una terribile allergia al sole e quindi dopo una decisione sofferta, insieme alla madre si trasferisce in un paese spagnolo person tra le valli di un altopiano, dove difficilmente la luce del sole è presente e non è mai forte. Soltanto che la sua stranezza è assolutamente malvista dagli abitanti locali che alla fine cominciano a ritenerlo colpevole di alcuni fatti inspiegabili che culminano anche con omicidi. Lui stesso, impaurito e deciso a difendersi, inizia a indagare e sembra venire a capo di una verità agghiacciante…
Al di là del fatto che il film sembra iniziare come una pellicola di vampiri, per poi virare completamente verso altri lidi, devo inchinarmi di fronte a questo film, che come ormai sempre più spesso, non ha niente da invidiare ai prodotti americani, ma anzi riesce a coniugare la loro professionalità e validità con le storie più complesse e realistiche del cinema europeo. Ovvio, si tratta sempre e solo di un film horror, ma rispetto ai vari “Boogeyman” o “Al calar delle tenebre”, ha una marcia in più. Sicuramente la fotografia, l’ambientazione spagnola e la cura nella sceneggiatura riescono a farne un prodotto che passa molto più per originale che per un semplice copia e incolla di altre mille pellicole già realizzate.
Un genere molto fortunato in asia è il film che racconta di scuole infestate. A me viene subito in mente un classico degli anni novanta, “Hiruko, il goblin”.
Diretto dal grandissimo Shinya Tsukamoto, resta una pietra miliare del cinema giapponese dei fantasmi. Realizzato nel 1990, quando ancora il cinema horror asiatico, era poco diffuso da noi, racconta di un demone risvegliato da un professore di una scuola e che si impossessa del corpo di una giovane studentessa, seminando così nella scuola, quasi deserta a dire il vero, terrore e paura e cercando di uccidere i ragazzi, protagonisti della pellicola. Fotografia cupa, effetti speciali pre-computer graphics molto buoni, ironia, kitsch e dosi di demenzialità per un horror probabilmente più adatto a dei ragazzi che a persone che cercano risposte sulla vita nell’al di là. VEDETELO, VI PREGO!!!!! in Italia è edito!!!!
Ma i tempi e gli elementi caratterizzanti questa tematica horror sono ancora assenti in questa pellicola. Dobbiamo aspettare altre opere. A partire dalla quadrilogia di Whispering Corridors, meglio conosciuta come Yeogo goedam. Whispering Corridors, questo il titolo internazionale, è diretto da Ki-hyeong Park.
Il primo capitolo vede la luce nel 1998 e rappresenta una delle prime opere della Korea del sud, che vengono realizzate, dopo anni di militarismo e fortissima censura ai mezzi di comunicazione. Ecco che il film, nel suo piccolo, appare anche come una critica al conformismo e all’indottrinamento, che coinvolgeva anche la vita scolastica dei coreani. In questa opera seguimo le vicende, piuttosto complicate, a dire il vero, di una ragazza, che da studentessa è passata ad insegnare, nella scuola dove si svolgono i fatti. Brevemente: una sua ex compagna di classe, suicidatasi 9 anni prima, è tornata come fantasma e cerca una vendetta, e per fare questo oltre a uccidere qualche malcapitata, tra professoresse e studentesse varie, deve anche arrivare a possedere il corpo di una delle ragazze, dell’ultimo anno. Spetterà alla vecchia compagna di classe, ormai adulta, sconfiggere il fantasma.
Trama a parte, il film ha buoni momenti di paura e ci piace tanto. Perchè a noi, piace da morire il cinema coreano!!!!. Però, al di là della poca oggettività con cui parliamo, ci sono spunti interessanti. Unico difetto, alcuni dilungamenti e un ritmo, talvolta lento. Un film che comunque va visto, nonostante i suoi 11 anni di anzianità…
Il film genera un sequel, accreditato solo nel titolo originale, ma che non ha altri collegamenti con il precedente capitolo. La storia stavolta segue le vicende della vendetta di un fantasma di una ragazzina, che aveva una relazione omosessuale con una compagna di classe, che aveva portato al suicidio una delle due a causa delle malevolenze e dell’odio di tutti per questa relazione contronatura.
Buon film con una tematica, quella omosessuale, sicuramente non facile per il 1999, anno della sua realizzazione. Diretto da Tae-Yong Kim e Kyu-Dong Min. Ottima la fotografia che nel 2001, ha ottenuto il premio per la migliore direzione allo Slamdance Film Festival di Park City, negli Stati Uniti.
Nel 2003 è la volta del terzo capitolo, Wishing Stairs. Diretto da Jae-yeon Yun, narra le vicende di un altra scuola. Stavolta, alla base di tutto ci sarebbe una leggenda, per la quale, se contando gli scalini che portano al dormitorio di una scuola, invece che gli usuali 28, contando ne salta fuori un 29esimo, si potrà esprimere un desiderio allo spirito che attenderà in cima alla scalinata. Oggetto dei desideri, poter entrare nel balletto russo per il quale due amiche per la pelle stanno facendo i provini, diventando così rivali. Da qua, cominciano i ripensamenti sull’amicizia e il desiderio di farsi fuori per accedere al balletto.
Voice Letter è il quarto capitolo della saga. Diretto da Choi Ik-hwan, già assistente alla regia nel primo della saga, narra le vicende di due amiche, unite anche dopo la morte di una delle due, che era un cantante all’interno di una scuola per sole ragazze. La sopravvissuta, riesce a sentirne la voce e insieme dovranno capire chi l’ha uccisa e perchè. Probabilmente il più maturo e interessante film della serie, girato nel 2005, riesce a coniugare in se gli aspetti horror dei precedenti capitoli, con una più elegante attenzione ai virtuosismi di camera ed una ottima fotografia. Anche le attrici protagoniste, al loro debutto sul grande schermo, se la sanno cavare molto bene. Tutto sommato, il film che vale la pena maggiormente cercare e vedere.
Probabilmente questa serie di films ha davvero scritto la storia di questo particolare tema horror, che si sposa molto bene con le tematiche sui fantasmi tanto care alla cultura asiatica. E non è solo per i contenuti tipici del genere, a partire dal bisogno di giustizia che anima quasi sempre i fantasmi, nella loro ricerca della verità, giustizia che assume perentoriamente il tono e il valore di una vendetta, della quale non solo i malvagi e i colpevoli risultano vittime. Ci sono anche elementi visivi sempre più presenti e destinati a diventare portanti di una struttura visiva, così come è accaduto nel corso del tempo per tombe e obitori, seghe e lacci emostatici al cinema occidentale, quando negli ultimi anni ha fatto caro a sè, scrivendolo, l’universo di riferimento di zombies o di sadici assassini. In Asia, più lentamente e con minore violenza visiva, si stanno tracciando archetipi e segni visivi di un universo farcito di banchi da scuola, corridoi spettrali e tante scale, da salire, così come da scendere. Specchi e lavagna, quaderni e annuari scolastici, divengono elementi non solo decorativi e funzionali, ma piuttosto necessari a dare linfa ed alimentare questo filone horror.
Horror prodotto nel 2006 a Taiwan, scritto e diretto da Su Chao-Bin. Il film racconta di uno scienziato che sta studiando una speciale apparecchiatura in grado di catturare l’energia, in particolare l’energia ectoplasmatica, ovvero i fantasmi stessi. Nel corso degli esperimenti, riesce con l’eqipe a catturare il fantasma di un bambino e deve ricorrere all’aiuto di un superagente speciale, per poter interagire meglio e capire a fondo la storia del fantasma bambino. Vi segnalo che in questi giorni è allo studio, un possibile remake americano.
Il film è considerato da molti, come un buon compendio di molto cinema cinese e giapponese horror contemporaneo. Ci sono elementi che ne fanno un opera molto più che dignitosa, a partire da un ottima fotografia, fredda, cupa fino ad arrivare alla recitazione qualitativamente superiore alla media. Il film merita una visione. Non mi risulta arrivato in Italia.